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Diario
26 ottobre 2007
Goodbye, my darling...
Ebbene sì. Il nuovo blog è pronto. Chiunque sia interessato all'articolo può andare qui per rendersi conto di cosa ha potuto partorire la mia mente malata. A conclusione di questi - su per giù - due anni e mezzo di onorata (?) carriera, sarei contento di dire che quello che è successo a rimesparse non è niente di orribile. E' semplicemente il frutto di quella dialettica di modernità e tradizione che caratterizza la vita di ogni uomo, prima che i processi della storia culturale. I padri, dopo essere stati gli acerrimi - e, spesso, inconsapevoli - avversari dei figli ai tempi del complesso di Edipo, diventano i loro eroi per un certo lasso di tempo. Dopo un pò le frizioni sono d'obbligo, perché le verità dei primi non vanno a braccetto con la libertà dei secondi. Bisogna farsi male per diventare realtà autonome, ma chi vuole vivere vuole anche, in qualche misura, farsi male. E così nasce il nuovo blog. E così, con molto affetto, saluto il mio caro rimesparse, compagno di mille discussioni e confessioni.
| inviato da rimesparse il 26/10/2007 alle 20:28 | |
21 ottobre 2007
Time out
Vabbè, diciamoci pure la verità: dopo alcuni miei cambiamenti degli ultimi mesi questo blog non ha più molta ragion d'essere. Nato per dar voce ad una persona, adesso potrebbe finire per ospitarne un'altra molto, ma molto diversa rispetto a quella che c'era ancora un anno fa. Per questo ed anche per assaporare il gusto del ricominciare da zero, per sentirmi più libero di muovermi in un terreno incontaminato, penso di spostarmi. Mò vediamo: appena scelto nome e realizzato lo scheletro del blog vi farò sapere.
| inviato da rimesparse il 21/10/2007 alle 13:3 | |
14 ottobre 2007
Gli antichi & i moderni
Da Johan a Joe. Il Linguaggio è sempre uguale e diverso, come un uomo.
| inviato da rimesparse il 14/10/2007 alle 20:34 | |
5 ottobre 2007
Madre - Franco Buffoni
Quando eri ancora adulta Prima di rimpicciolire Ti lasciavo sola volentieri, Dovevi espanderti e io non mi vedevo Nei tuoi spazi. Poi per davvero ebbi l’occasione Di fare attenzione alle tue forme, Al loro chiudersi, e i tuoi spazi Presi a difendere, meno li occupavi Più li presidiavo. Finché non mi è restato Che un batuffolo con voce da proteggere In una ipotesi di spazio.
| inviato da rimesparse il 5/10/2007 alle 15:36 | |
25 settembre 2007
Nuovo Blog...
Ed alla serie "con l'utopia nelle vene e il diamante nel cervello" si aggiunge il mio più vecchio amico, che ha appena aperto il scoppiettante e violaceo blog su splinder. Vedete, vedete....
| inviato da rimesparse il 25/9/2007 alle 17:24 | |
21 settembre 2007
Appello (Ctrl+c & Ctrl+v da azioneparallela.splinder.com)
| inviato da rimesparse il 21/9/2007 alle 19:45 | |
18 settembre 2007
Il Grillo parlante
E così il Grillo parlante aspira ad una Rifondazione Qualunquista in grande stile. Ovviamente il gran padre dei grilli dalla lingua sciolta è chino in ascolto del suo figliolo rumoroso: giornali, tv, radio, blog ecc. sono tutti per lui. Vabbè, dirai tu, in fondo ogni tanto ci vuole uno che scopre l'acqua calda. Paese che vai, tribuni che trovi: dove da sessant’anni si è orgogliosi di ripetere che si fanno le cose “all’italiana” è inevitabile che il tribuno sia uno che fa riscoprire agli italiani che gli altri italiani fanno le cose “all’italiana”. D'accordo, d'accordo. Oggi camminavo con un mio amico. Si parlava di rivoluzione cubana e belle ragazze quando, ad un certo punto, l’insetto malefico mi ha aggredito un’altra volta. E – subdolo che non è altro – si è guardato bene dal farlo frontalmente: ha sfruttato l’ingenua astuzia intellettuale del mio compagno di strada per colpirmi a tradimento. Di fronte ad una libreria, infatti, il mio amico ha detto “Appena esce il prossimo libro di Grillo voglio comprarlo”. Eh, insettaccio che non sei altro…
| inviato da rimesparse il 18/9/2007 alle 20:26 | |
16 settembre 2007
Egon Schiele, La famiglia, 1918, olio su tela, 152,5x162,5 cm, Vienna

| inviato da rimesparse il 16/9/2007 alle 18:49 | |
29 agosto 2007
Nel tempo - Francesco De Napoli
Poeti senza meta, condannati a cogliere anche nel nulla le fattezze della generosa luce che avvolge l'animo di chi imperterrito continua a cercare. Cosa? Non importa cosa, il quid andrà oltre l'inclemente tomba. Liberi e diversi, ancora oltre si cercherà nell'unica luce.
Francesco De Napoli, Nel tempo
| inviato da rimesparse il 29/8/2007 alle 19:15 | |
28 agosto 2007
Il pianeta irritabile - Paolo Volponi
Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni nè rallentamenti. Nemmeno se una collina frana o se una foresta entra nell'acqua che sale in fondo, qualche cosa muta dentro la pioggia. Solo i giorni e le stagioni girano toccando la luce; e questo è l'unico segno che il tempo ancora esiste.
Paolo Volponi, Il pianeta irritabile
| inviato da rimesparse il 28/8/2007 alle 1:3 | |
20 agosto 2007
From Guccio...
... non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato: spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato!
Francesco Guccini, Cyrano
| inviato da rimesparse il 20/8/2007 alle 20:10 | |
20 agosto 2007
Libera nos Domine - Francesco Guccini
Da morte nera e secca, da morte innaturale, da morte prematura, da morte industriale, per mano poliziotta, di pazzo o generale, diossina o colorante, da incidente stradale, dalle palle vaganti d'ogni tipo e ideale, da tutti questi insieme, e da ogni altro male
libera! Libera! Libera! Libera nos, Domine!
Da tutti gli imbecilli d'ogni razza e colore, dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, dai pazzi giacobini e dal loro bruciore, da visionari e martiri dell'odio e del terrore, da chi ti paradisa dicendo "è per amore", dai manichei che ti urlano "o con noi o traditore"
libera! Libera! Libera! Libera nos, Domine!
Dai poveri di spirito e dagli intolleranti, da falsi intellettuali giornalisti ignoranti, da eroi, navigatori, profeti, vati, santi, dai sicuri di sè presuntuosi e arroganti, dal cinismo di molti dalle voglie di tanti, dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti
libera! Libera! Libera! Libera nos, Domine!
Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura, dai preti di ogni credo, da ogni loro impostura, da inferni e paradisi, da una vita futura, da utopie per lenire questa morte sicura, da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati di ogni tipo e natura
libera! Libera! Libera! Libera nos, Domine! Libera! Libera! Libera! Libera nos, Domine!
| inviato da rimesparse il 20/8/2007 alle 13:55 | |
15 agosto 2007
Memoriale - Paolo Volponi
Ho ancora oggi un lavoro, pur dopo tante sventure e i cattivi disegni dei medici. Un lavoro che mi pesa molto ma che mi dà da mangiare. Certe sere, specie d'inverno, esco solo dalla fabbrica già semispenta, dopo tutti gli altri. Mi illudo di essere contento di uscire, e immagino di sentire il caldo delle case di tutti e di essere aspettato nelle mille case della città o dei paesi vicini. A casa mia sono anche più solo, perché mia madre ogni giorno si allontana di più da me ed aumenta le sue lunghe pause di silenzio. So che un mio collega di lavoro ha a casa la madre pazza che deve chiudere a chiave nella stanza da letto, dalla mattina alla sera, per poter venire a lavorare. Un altro si ubriaca, insieme alla madre. Lascia la moglie e raggiunge la madre all'osteria; trascorrono la serata bevendo e abbracciandosi come due ubriaconi. Spesso fuggono insieme, per mesi interi: prendono una sola stanza in albergo, bevendo sempre come matti e andando a tutti i divertimenti. Io ho questa sorte del silenzio. Mia madre mi guarda talvolta come se non mi riconoscesse e invece di darmi aiuto e confortarmi, piange e si nasconde. Penso che non preghi nemmeno più per me, anche se sta intere notti a mormorare. Mi resta soltanto la lotta che ho intrapreso per la vittoria della giustizia, perché a questo punto non credo più che potrò vincere i miei mali.
Paolo Volponi, Memoriale
| inviato da rimesparse il 15/8/2007 alle 23:59 | |
13 agosto 2007
La meccanica - Paolo Volponi
(...) eppure talvolta accade che tra questi muti volti dell'obbedienza capiti uno che insorga e stravolga ogni senso della sua stessa esistenza e di quella generale, civile, che trapassa ogni singola coscienza.
Paolo Volponi, La meccanica
| inviato da rimesparse il 13/8/2007 alle 21:0 | |
10 agosto 2007
Georges Braessens
Sebbene quelle merde dei borghesi le chiamino ragazze di vita, non è che tutti i giorni si divertano, parola mia, non è che tutti i giorni si divertano...
... Figlio di una smorfiosa e di un deficiente, non ridere della povera Venere, della povera vecchia baldracca, parola mia, della povera vecchia baldracca.
C'è mancato poco, caro mio, che questa puttana non fosse tua madre...
B. Braessens, Il lamento delle ragazze di vita
| inviato da rimesparse il 10/8/2007 alle 8:9 | |
10 agosto 2007
Fabrizio
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità....
Fabrizio De André, Smisurata preghiera
| inviato da rimesparse il 10/8/2007 alle 0:14 | |
9 agosto 2007
Il sociale e l'antisociale
Il sociale: Il punto non è essere sporchi, ma farsi dire che si è puliti. L'antisociale: Siamo sporchi, quindi non c'è' ragione per pulirsi.
P.s. Il tutto prescinde dal buon senso igienico...
| inviato da rimesparse il 9/8/2007 alle 23:50 | |
9 agosto 2007
Contro Rino Cammilleri
"La cosa fa riflettere sul cristianesimo, che è sempre stato inventore di tutto quanto esiste di buono.", by: un articolo (o antidoto, come li chiama lui) di Rino Cammilleri. Ora, al buon Rino si potrebbero obiettare Crociate, persecuzioni e Inquisizioni varie. Ma lui, che in materia ha pure scritto molti interessanti libri, potrebbe replicare: "E che vuoi da me? Io ho detto che il cristianesimo è all'origine di tutto ciò che c'è di buono, mica che non ha mai fatto male a nessuno!". E d'accordo: uno che fa cose buone non è detto che non faccia cose cattive. Però se tutto ciò che c'è di buono lo ha fatto lui evidentemente prima c'era, a dir poco, il vuoto. Il che già non mi risulta più: la nascita di Cristo risale a circa duemila anni fa, ma l'uomo esiste da tre milioni di anni. E poi: Talete di Mileto è nato nel VI secolo a.C., e la filosofia con lui.
Ho detto tutto.
| inviato da rimesparse il 9/8/2007 alle 14:8 | |
9 agosto 2007
In risposta a (e in ricordo di) Vittorio Messori
Qualche tempo fa il Messori si incazzò con Dan Brown perché Il Codice da Vinci è un romanzo cacciaballe. Ed era vero: è un romanzo che (quantomeno) dimostra la (quantomeno) disattenzione del prof. di Harvard nei confronti dei dati storici. Ma uno potrebbe obiettare: e questo era un testo storico? Per chi non lo sapesse, Napoleone non era alto, non era bello, non aveva un fisico statuario... E ci siamo capiti. Questo perché l'arte non è storia, ma trasfigurazione del dato concreto nella sua forma fantastica. Non si può obiettare a un artista di non dire la verità, perché la verità dell'arte risiede più nello sguardo che nell'oggetto materiale. Napoleone non era quello ritratto da Canova nel suo fisico, ma lo era nel significato della sua figura. Certo, poi Donato Marrone voleva far passare il suo Codice per verità storica documentata, e allora si è meritato una seria salva di insulti. Ma ciò non toglie l'assunto iniziale: il suo romanzo non è meno meritorio perché si inventa di sana pianta la verità di cose che gli storici hanno smentito da almeno un secolo. A questo punto si può obiettare: ma è un insulto, molte persone a quelle cose ci credono e lui ci scrive su i romanzetti! Ma esisteranno pure carabinieri che credono nel valore civile dell'Arma che, però, non si stracciano i capelli pur sapendo che su di loro circola un'infinità di barzellette. E poi, diciamoci la verità, Il Codice da Vinci è un banalissimo e mediocrissimo romanzo commerciale che ha pensato di sfruttare un filone abbastanza incandescente per farsi pubblicità e vendere. Però ha venduto, e come se ha venduto! E non solo perché aveva un buon back-stage pubblicitario e fanfaronate simili, ma perché ha saputo stimolare gli umori - e, spesso, i malumori - di milioni di lettori. Un successo di quelle proporzioni non lo costruisci a tavolino: ci deve essere qualcosa di più. E dunque: io capisco che Messori, Socci & co. devono rassicurare il (più o meno) grosso pubblico che legge i giornali dicendo che quelle sono tutte fesserie, ma li invito a riflettere su quel "di più" che deve esserci dietro un boom di vendite così epocale. Lo dico per loro, mica chiacchiere! Si chiedessero seriamente quanto e come le istanze della Chiesa cattolica riescono ad impattare le esigenze della gente, perché è solo capendo questo che potranno fare un servizio serio alla loro causa. E quando dico "esigenze" non dico "diritti civili", "diritti sindacali" e quant'altro, ma parlo proprio dell'esigenza più immediata e più umana che ci sia: quella ad una vita felice, il più possibile in grado di far fronte ai problemi concreti, veri della quotidianità. Forse (ma forse - e sottolineo: forse) si accorgeranno che questo impatto non avviene, che il ragionamento clericale non regge più il passo dei problemi del nostro tempo. Ma almeno ci avranno provato, ci avranno!
| inviato da rimesparse il 9/8/2007 alle 0:9 | |
7 agosto 2007
Fernando Botero, La famiglia, olio su tela, 60x50

| inviato da rimesparse il 7/8/2007 alle 16:45 | |
7 agosto 2007
Lo strano conservatorismo di Giovanni Sartori
Leggo, sul Corriere della sera di ieri, che per il politologo Giovanni Sartori le categorie di destra e sinistra non sono ancora sufficienti per definire “conservatrice” o “progressista” una data forza politica. Ed ha ragione sia perché, come dice lui, un regime dittatoriale alla stregua dell’Unione Sovietica di Breznev, per quanto rivoluzionario nelle chiacchiere, è pervaso dal più cieco (e cinico) immobilismo sia perché le istanze rivoluzionarie si mescolano sempre, più o meno scopertamente, alle istanze della conservazione. L’esigenza a cambiare, ad assumere un assetto sociale, economico o esistenziale nuovo è una molla che non nasce dall’hobby della mutazione o da una pervicace e maligna voglia di fare un dispettaccio a chi ci ha preceduto, ma ha il suo punto di avvio proprio nella tematizzazione, conscia o inconscia, di una instabilità attuale a cui occorre sostituire qualcosa di stabile. Insomma: quando decidiamo di non conservare più qualcosa non lo facciamo per sfizio o perché abbiamo letto Il capitale di Marx, ma perché quel qualcosa non corrisponde più alle esigenze dei nostri criteri di conservazione, che sono criteri di stabilità.
E fin qui, come direbbe lo stesso Sartori, tutto bene. Il problema sorge quando il nostro politologo nazionale immerge questa riflessione teorica nella concretezza della tenzone italiana, respingendo l’idea che forze politiche come Rifondazione comunista siano definibili conservatrici perché non sono al potere. Il suo ragionamento suona così: “Quando un partito rivoluzionario conquista con la forza il potere è inevitabile che insedii una dittatura. E le dittature sono, diversamente dalle democrazie, sistemi rigidi ossessivamente dediti alla propria immutabile conservazione. Così l’Unione Sovietica è stato un regime di assoluto immobilismo. Il che non giustifica la tesi che i nostri partiti massimalisti siano conservatori. Chi lo afferma dimentica il piccolo particolare che quei partiti non sono al potere, e quindi che il loro conservatorismo non è ancora scattato.”
Ora, a parte il fatto di notare, en passant, che une democrazia non sarà forse un sistema rigido – posto che anche su questa definizione ci sarebbe bisogno di opportune delucidazioni – ma sicuramente è un sistema che mira alla sua conservazione (mi pare difficile pensare che una democrazia miri a crollare per far instaurare una dittatura fascista), mi parrebbe anche interessante chiedere se il potere possa trasformare le tendenze culturali di un partito. Insomma, non è che Fini e Bossi diventano dei rivoluzionari assetati di sangue solo perché stanno all’opposizione – e quindi il potere non ce l’hanno, o quantomeno ne hanno una porzione inferiore… Questo ragionamento sposta i termini della questione: conservare o stravolgere non è più un fattore di gioco di forze, ma un fattore culturale. Cioè relativo alla capacità di adeguamento di una cultura all’evolversi dello sviluppo storico. Per questa ragione non è detto che chi sta a destra sia più restio al cambiamento di chi occupa i banchi dell’estrema sinistra (e viceversa, ovviamente): tante volte anche il voler occupare le aree “estreme” può essere segno di un certo conservatorismo mentale.
| inviato da rimesparse il 7/8/2007 alle 8:38 | |
3 agosto 2007
Sull'arte
Fellini: Lei sente comunque di aver realizzato qualcosa?
Simenon: No. Il mio sogno era di avere una stanzetta in una via piena di negozi, e di scrivere per guadagnarmi il pane, niente di più. Me ne sarei stato lì a guardare dalla finestra la strada, la vita scorrere sotto di me. Non ho mai avuto grandi ambizioni.
Fellini: In fin dei conti lei e io abbiamo sempre raccontato delle sconfitte. Tutti i romanzi di Simenon sono storie di sconfitte. E i film di Fellini? Che altro sono? Ma voglio dirle, devo riuscire a dirle... Quando si chiude un suo libro, anche se finisce male, e finisce quasi sempre male, ci si sente carichi di un'energia nuova. Credo che l'arte sia questo, la possibilità di trasformare la sconfitta in vittoria, la tristezza in felicità. L'arte è un miracolo...
da "Casanova, nostro fratello..." Simenon intervista Fellini
| inviato da rimesparse il 3/8/2007 alle 13:47 | |
2 agosto 2007
Jan de Eyck, Il ritratti degli Arnolfini, olio su tela, 82 x 59,5 cm, Bruges

| inviato da rimesparse il 2/8/2007 alle 14:0 | |
2 agosto 2007
Segnalazione
Se andate qui c'è una bella cosa.
| inviato da rimesparse il 2/8/2007 alle 13:56 | |
30 luglio 2007
E' morto Ingmar Bergman
| inviato da rimesparse il 30/7/2007 alle 14:47 | |
28 luglio 2007
Piccola risposta per un piccolo messaggio
Ieri pomeriggio mi è arrivato un sms. Non conosco l'autore anche se non difficilmente posso inquadrare l'area delle persone da cui può essere venuto fuori. Il suo significato, espresso in forme chiesasticamente emendate, suonava più o meno come una sorta di "Guarda, Tommà, tu sei in gamba e hai buone capacità sotto più punti di vista, ma siccome hai abbandonato le tue frequentazioni cielline hai perso amore nelle cose che fai. Torna all'ovile di Pietro e vedrai che il tuo cuore tornerà a pompare sangue anziché acqua". Ora: posto che stì ricattuoli alla don Abbondio non funzionano e posto che credo ci sia uno stretto legame tra il post sul libro di Ratzinger e l'esortazione a tornare buono come un tempo, consiglio all'autore dell'sms di andare qui, di modo tale da rendersi conto di qual'è la mia risposta più convinta. Così spero di aver fatto capire un pò di cose.
| inviato da rimesparse il 28/7/2007 alle 10:10 | |
27 luglio 2007
Il "Gesù di Nazareth" di Joseph Ratzinger
L’ultima fatica intellettuale del prof. Joseph Ratzinger, il primo volume del Gesù di Nazareth, porta con sé tutte le caratteristiche di una elaborazione sentita e sofferta. Questo non perché il contenuto specifico del libro manifesti quel problematico turbamento esistenziale fatto proprio dalla gran parte dell’alta cultura moderna in relazione al fatto cristiano, ma perché sono in esso compresenti le istanze di una civiltà ormai secolarizzata e una weltanschauung che si definisce loro più diretta antagonista e concorrente. Il prof. Ratzinger ha capito da un bel pezzo che il mondo occidentale vive di interessi e aspettative che di cristiano conservano ben poco (per non dire niente) e, di conseguenza, si è reso conto che il suo linguaggio deve adeguarsi alla sua storia. Quindi ha scritto un libro destinato ad ampi spazi pubblicitari, a far parlare di sé, ad entrare nei supermarket al fianco di Bruno Vespa e Federico Moccia, ad essere in qualche modo compreso anche da chi non ha alcuna preparazione teologica o filosofica – una sorta di mini-best-seller, coerentemente con gli esiti assunti dalla forma-libro nell’età industriale. Tuttavia, e qui sta il dramma, dopo essersi inserito nel circuito della modernità, il Gesù di Nazareth deve rivendicare la sua autonomia concettuale, che consiste (molto prosaicamente) nel rifiuto netto e sistematico, da parte della Chiesa, del modus vivendi moderno in virtù del modus vivendi cristiano. Non per nulla la premessa al volume l’attuale Papa l’ha dedicata a sottolineare la sua netta presa di distanze da metodologie di studio orientate in senso storico-critico per rifarsi al “metodo teologico”: la critica scientifica segue un a-teismo metodologico ovviamente inconciliabile con la convinzione della Chiesa di essere la destinataria del messaggio evangelico. E la differente metodologia chiama in causa un differente modo di concepire non solo lo studio ma la vita in genere: il ricercare un senso attraverso il confronto con l’oggetto è operazione che può avvenire solo a partire dall’insegnamento della gerarchia cattolica, non autonomamente. Ora, di questa pretesa si potrebbe discutere molto a lungo, ma non credo sia questo il luogo più adatto (mi limito solo a dire che è una questione opzionale: si può legittimamente scegliere in un verso o nell’altro). Mi preme, piuttosto, sottolineare questa frattura tra il “come” si presenta il Gesù di Nazareth e il “cosa” dice: forme assuefatte dalla modernità che portano con sé un contenuto che ne è contestazione. Potrebbe apparire un dettaglio marginale, ma spesso sono i dettagli quelli che fanno più male. Perché, malgrado non ci si faccia poi molto caso, un linguaggio è l’espressione di una visione del mondo, e che la Chiesa si esprima con un idioma culturale moderno implica la sua sostanziale compenetrazione concettuale alla weltanschauung di cui questo idioma è portatore. Non esiste concettualità che sia slegata da una qualche forma di espressione linguistica. Quindi, e qui sta il tasto dolente, la frattura tra il “come” e il “cosa” è più apparente che reale: Ratzinger dirà pure che i concetti fondativi del pensare moderno sono da rivedere in chiave cristiana, ma mentre lo dice tradisce la sua sottile accettazione del contrario, cioè di una modernizzazione del cristianesimo. Tutto ciò è indice di confusione, e la confusione è indice di mancanza di appigli. Fossi in lui mi preoccuperei.
| inviato da rimesparse il 27/7/2007 alle 1:28 | |
22 luglio 2007
8 e 1/2
"Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito, non sapevo, com'è giusto accettarvi, amarvi, e com'è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare, ma non so dire. Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa ne a te ne agli altri. Accettami così come sono se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci"
Federico Fellini, 8 e 1/2
| inviato da rimesparse il 22/7/2007 alle 0:52 | |
13 luglio 2007
Francisco Goya, La famiglia di Carlo IV, 1800-1801, olio su tela, 349 x 292, Museo del Prado, Madrid

| inviato da rimesparse il 13/7/2007 alle 20:18 | |
10 luglio 2007
La mano e la lingua
Le cose stanno bene come stanno, dobbiamo solo imparare a rendercene conto. Dunque: da oggi tutti a spaccarci il cervello per capire che tra sei miliardi di persone siamo noi quelli venuti fuori male, gli altri meno male che ci sono. Un’umanità malata che deve ringraziarsi e schifarsi continuamente: tutti a vomitare di se stessi e a godere della vista altrui. E allargando il discorso le cose non migliorano – chi vuole può farlo, ma stà positività nascosta nello Tsunami proprio non la vedo… Quindi: fuori l’idea che il mondo è una figata che si offre a quella banda di sfigati che è l’umanità. Possiamo buttarci sull’idea che il mondo è marcio e noi siamo i superman della situazione, ma pure qua non andiamo lontano. Perché se voglio decidere che domani trovo un posto di lavoro che mi cercava da tempo posso pure deciderlo… Anzi, posso solo deciderlo. Dopodiché i “posso” diventano “devo” e “trovare” si trasforma in “cercare”. Il posto di lavoro sta sempre là (o non c’è? Bho, staremo a vedere..). Quindi: fuori il piano B. Il piano C funzionerà meglio?
L’idea che siamo dei marci in un mondo marcio ci convince? E vabbè, ma se è così spariamoci e via, che ci stiamo a fare qua? Ma, sapete com’è, l’idea di puntarmi una pistola alla tempia non è che mi entusiasmi poi più di tanto. Sarà che è marcia, ma alla pelle ci tengo.
La realtà è che dovremmo fare tutti un po’ più di silenzio. Mica per punizione, eh!, ma perché li vedete i risultati a forza di fare il casino che siamo abituati a fare? Finisce che la lingua ci piglia la mano e non ci capiamo più niente né della lingua né della mano. La lingua e la mano sono unite ma devono starsene ben separate, sennò le cose non funzionano. È una storia semplice anche se non è facile da capire né da raccontare, ma va capita e raccontata altrimenti stiamo sempre tutti a vociare per paura che quello che sentiamo possa farci male. Forse dobbiamo solo aspettare, anche se nessuno ci ha promesso niente. E uno che non ha ricevuto promesse che aspetta a fare?, mi direte. E che deve fare?, rispondo io.
P.s. sul fatto che “quando c’ho il mal di stomaco ce l’ho io mica te” ci aggiorniamo…
| inviato da rimesparse il 10/7/2007 alle 19:53 | |
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